DIARIO DI BORDO

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LA PULCE E L'ACROBATA

Nel quinto episodio della prima stagione di Strangers Things il prof di scienze, mister Clarke, spiega ai piccoli protagonisti della serie perché è tanto difficile fare viaggi tra universi ed esplorare dimensioni parallele: tutti noi viviamo la realtà da bravi acrobati, ci muoviamo sul filo, andiamo avanti e indietro, ma per andare oltre e raggiungere un mondo parallelo abbiamo bisogno di un’enorme quantità di energia.

Per concepire un’altra dimensione e riuscire ad entrare in comunicazione con i mondi sotto e sopra di noi, insomma, più che degli acrobati dovremmo essere delle pulci.
A pensarci bene, la singolare metafora dell’acrobata e della pulce mi fa venire in mente il PD e quello che dovrebbe essere disposto a fare il nostro partito oggi: mettersi in discussione. Non facendo l’acrobata, non continuando ad "andare avanti come si è sempre fatto", bilanciando ogni passo. Ma muovendosi da pulce: immaginando che tutta quell'energia di cui parla mister Clarke sia coraggio, tanto coraggio, per muoversi in tutte le direzioni e in modalità diverse.

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Con l’espressione “modello Milano” alcuni indicano una capacità amministrativa cittadina, altri l’idea di un centrosinistra ampio con vocazione di governo, altri ancora un modello di partito inclusivo e vivo, che mette la mobilitazione al centro della propria attività.

Mercoledì scorso, all’assemblea degli iscritti e degli elettori, ho detto - in modo un po’ provocatorio - che il modello Milano non esiste.
I modelli sono per loro natura replicabili e tutto ciò che riguarda Milano invece non lo è. Milano è unica come amministrazione, come vita politica e sociale, come composizione demografica. Milano è l’espressione di una grande identità che tiene insieme diverse sfumature ed elementi che si intersecano senza soffocarsi l’un l’altro.
Milano non è un modello ma ha le caratteristiche di un’esperienza efficace e utile per il Paese. Milano si regge sulla capacità di un centrosinistra pragmatico che ha fondato, su scelte concrete e di governo, la propria storia di alleanze.

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Un caro amico, Massimo Sacchi, mi ha suggerito una metafora che credo calzi a pennello con la stagione che sta attraversando il nostro partito: “La giraffa ha il cuore lontano dai pensieri. Si è innamorata ieri, e ancora non lo sa.”

L’immagine suggerita dalla filastrocca di Stefano Benni non restituisce solo il senso della distanza poetica fra ragione e sentimento ma offre un’efficace chiave di lettura della sindrome di cui è affetto oggi il nostro partito. All’estremità del lungo collo della giraffa una testa lontana dal suo corpo: una testa che quindi lavora e un corpo troppo distante per vederne e percepirne i suoi sforzi. Credo che il PD oggi soffra della distanza col suo popolo, di quella connessione fra ciò che fa e la sua comunità.

All’indomani del voto del 4 marzo tutti noi ci siamo interrogati sulle ragioni di una sconfitta netta e cocente. Una sconfitta che va necessariamente letta all’interno di una cornice storica, che racconta una forbice di diseguaglianza di reddito e di opportunità. Una diseguaglianza che si fonda su fratture geografiche, ma anche di genere e generazionali.

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Qualche sera fa ad un incontro sul tema dell’integrazione ho ascoltato la storia di una ragazza albanese, Ina, arrivata in Italia quando aveva vent’anni: non riusciva a trovare un alloggio perché nessuno voleva darglielo. Un giorno, all'ennesima porta in faccia, è scoppiata a piangere. E mentre piangeva ha incontrato Sadiki, un ragazzo africano, che chiedendole il perché della sua disperazione le ha detto: non piangere, almeno sei bianca! Ripenso alle intollerabili parole sulla “razza bianca” pronunciate dal candidato della Lega alla Regione Lombardia: uno spregevole tentativo di evocare e cavalcare gli istinti più populisti e razzisti che animano persone come quelle che si rifiutano di dare un alloggio a Sadiki e Ina.

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© 2017 Pietro Bussolati